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Coordinamento Bracciantile saluzzese
Se questa è Europa: confini, austerity e guerra – di Gabriele Proglio
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Foto: salario, casa, salute – le lotte dei braccianti delle campagne piemontesi

Ripubblichiamo volentieri questa lucida riflessione di Gabriele Proglio, apparsa qualche giorno fa su Effimera

Introduzione

In questo scritto proverò ad analizzare tre aree tematiche che mi paiono particolarmente interessanti per leggere, in modo congiunto, quanto sta accadendo in Europa. La prima concerne i fatti di Ventimiglia e intende problematizzare il diritto dell’essere umano fuori e oltre il concetto di legge, all’interno di un quadro di riappropriazione materiale della vita. La seconda, ripartendo dalle pratiche e dalle parole d’ordine dei migranti che stanno cercando di eludere i controlli tra confine italiano e francese, sposta l’attenzione sulla questione greca e prova a formulare un parallelismo in termini di rottura con il sistema Europa. L’ultima, infine, focalizza l’attenzione sugli eventi post-Charlie Hebdo, e, più in generale, sulla costruzione di discorsività interne ed esterne all’Europa.

Quale diritto?

Partiamo da quegli scogli, da Ventimiglia. Persone disumanizzate dai confini dell’Unione Europea, ridotte a entità collettiva: sono sempre “gli immigrati” oppure “i profughi”, se lo sguardo europeo adotta la lente della cittadinanza; “gli eritrei”, ad esempio, se si parla in termini di luogo di provenienza. Sono corpi privati delle loro storie, ma anche della storia che li unisce, che li rende capaci di parlare (ed agire) per loro stessi, perché marcati (tra l’altro) da quel nero che è sinonimo – nella lettura eurocentrica – di povero, ignorante, analfabeta, ma anche di violento, criminale, stupratore. La narrazione che crea queste soggettività assolute – perché iconizzate e non agite, ma lette e percepite talvolta mutevoli dal bianco-europeo – non si sviluppa mai in una sola direzione. Intendo dire che il ragionamento va portato sul piano, più complesso, delle genealogie prodotte da costruzioni culturali che, sebbene a partire da posizioni ideologiche differenti, abitano un medesimo limes. Quelle persone diventano “i clandestini” nelle parole degli xenofobi ma anche “i migranti” nelle parole di una certa sinistra.

È forse da questo punto, da una riconsiderazione del lessico prodotto delle discorsività elaborate negli ultimi lustri, che è utile partire. La problematizzazione di tale nesso non è fine a se stessa: l’esegesi del “politico” attraverso il linguaggio svela le linee di continuità con cui si è amministrata la questione. Fin dal 1998, dalla Turco Napolitano, i dispositivi di legge hanno lavorato radicando, all’interno della società italiana, forme di non-italianità; così come un’ampia gamma di dispositivi di “traduzione“ degli altri non-italiani che determinano posizionamenti imposti ai soggetti e ai loro corpi – compresa, tra l’altro, l’inclusione differenziale. La complessità del fenomeno non riguarda la sola dimensione dello sfruttamento lavorativo, ma ha rilievi anche dal punto di vista del rapporto di queste persone con la sfera pubblica e privata.

Passando dal teorico al concreto, sono questi gli anni in cui inizia la caccia agli “extracomunitari”, agli “irregolari”: chi incarcerato nei CTP; chi cooptato dai vari mercati dell’illegalità; chi utilizzato nei lavori più umili – si pensi alla figura della badante: fatta lavorare per una famiglia di classe media che ha solitamente la convinzione – portato di una retorica di civilizzatore di coloniale memoria – di “fare del bene”, di aiutare la poveretta gettandole un tozzo di pane. Con la Bossi-Fini non cambia nulla, anzi la situazione peggiora ulteriormente perché l’introduzione del reato di illegalità ridisegna lo spazio che questi soggetti possono occupare nel contesto-Italia. “Basta clandestini” e “Padroni a casa nostra” sono gli slogan leghisti che portano in auge quel doppio comportamento, rappresentativo del profilo schizofrenico delle destre xenofobe: dal punto di vista della narrazione pubblica si percorre la via della paura, rendendo sempre più stringente, in termini di immaginario condiviso, il legame tra non-italiani e fobie concernenti una violenza efferata di questi contro i corpi bianchi e italiani; dall’altro, come riferito dai dati relativi al sommerso, sono proprio le province amministrate dalle destre a far ricorso al lavoro nero, a impiegare braccia nelle campagne di San Nicola Varco, Foggia e Cassabile, di Pachino, Saluzzo, Rosarno, Alcamo. Al punto di generare vere e proprie carovane di uomini e donne – in grossa parte hanno lo status di rifugiato – che si spostano durante l’anno, in base alle coltivazioni e ai raccolti, da nord a sud.

Guardano da una prospettiva storica questi fenomeni si può affermare che l’Italia, nonostante i cambi di governo, ha proseguito il suo cammino lungo il filo rosso della discriminazione e del razzismo. E che ciò è avvenuto, in principale modo, a causa delle scelte istituzionali, ossia del crescere e dell’inasprirsi dei provvedimenti “delle maggioranze” al governo sulla questione migrazione. Parallelamente, i governi (nazionali, regionali e locali) sono divenuti sempre meno rappresentativi del concetto di democrazia, intesa non solo come maggioranza ma come potere del demos: la crescente percentuale di astenuti alle varie tornate elettorali rileva l’incremento della verticalità del potere politico italianorispetto all’orizzontalità dellavita quotidiana. Al quadruplicare dell’immigrazione dal 2003 al 2011 – si è passati, secondo i dati Istat, da 1.549.000 a 4.500.000 presenze) – le risposte istituzionali hanno riaffermato la centralità dell’italianità. Ma anche dell’europeità come identità vuota che serve da accumulatore di narrazioni in prospettiva di annullamento del non europeo: dall’integrazione all’esclusione selettiva, dalla criminalizzazione all’invisibilizzazione.

A differenza di quanto ci viene proposto dai media mainstream, non è l’esistenza dell’emergenza a creare le condizioni di sospensione del diritto, ma al contrario, il diritto nazionale ed internazionale a generare la situazione di crisi che poi, in ultima analisi, in pieno stile italiano viene tradotta con il termine e con il modus operandi dell’“emergenza”. Questo dato va letto, ovviamente, nella cornice europea. Si scoprirà, allora, una serie impressionante di elementi che depongono a favore di una chiara strategia comunitaria: non si tratta di casualità, ma di un preciso disegno per differenziare i soggetti, attraverso la costruzione di immaginari e la narrazione dei corpi, in funzione economica, politica e sociale. Alcuni esempi? Beh, basti pensare all’accordo di Dubino, che agisce in continuità con quello di Schengen, nel senso che vieta la circolazione a specifici soggetti non-europei. Non a tutti, ma a chi arriva da quei “sud” che non rispettano più la geografia politica del planisfero di un tempo: a est, a ovest, talvolta persino a nord. Insomma, Schengen e Dublino non sono in contrasto uno con l’altro; sono, invero, parte di uno stesso sistema di diritto che concepisce l’Europa come spazio chiuso, permeabile solo al primo livello dell’ingresso, ma mai nella misura di una mobilità fisica, sociale, ed economica. Potremmo poi fare l’esempio delle diaspore, e, nello specifico, del caso eritreo. L’Europa ha finanziato per 312 milioni di euro, attraverso il Fondo europeo di sviluppo, la dittatura diAfwerkiche continua a violare i diritti umani – come da dati diffusi dall’Unhcr. Di conseguenza, gli aiuti UE hanno concorso a rafforzare la morsa del regime, facendo drammaticamente lievitare i numeri della diaspora. Potremmo poi parlare delle frontiere: l’Europa ha implementato il programma di controllo dei limites interni ed esterni – in parte demandato ad aziende private, in parte con azioni che coinvolgono più nazioni (si pensi a Triton nel solo Mediterraneo).

La situazione di Ventimiglia è divenuta emblema di un’Europa in cui il divario tra “diritto” e “pratica del diritto” si è inclinaa tal punto da rendere palesi molteplici contraddizioni: quella del rifugiato che va respinto; quella dell’aiuto umanitario che, nell’immaginario mediatico, diventa sinonimo di invasione. A scricchiolare è un sistema i cui prodromi possono essere rintracciati nel XV secolo, e, in particolare, nel sistema di narrazioni contrarie allo schiavismo che affermavano il diritto di azione a “salvaguarda” degli interessi di altre popolazioni, fuori dall’Europa. In epoca successiva, un passo ulteriore fu realizzato durante l’Illuminismo con l’invenzione dei diritti dell’uomo; il sistema, poi, si rafforzò, guardando al mondo intero, sotto l’impulso dei colonialismi, e, nella fattispecie, all’ombra del concetto di civilizzazione. Ovviamente per uomo, si intendeva, fin dall’inizio, il maschile-bianco-europeo-occidentale. A partire dalle riscritture di questo centro, poi, durante la decolonizzazione si operò per definire altri posizionamenti: il rifugiato, il richiedente asilo, il titolare di protezione sussidiaria.

I fatti di Ventimiglia, lungi da una lettura vittimistica, mettono a fuoco il deteriorarsi della stessa struttura che regge la coerenza del sistema Europa. Quei corpi che chiedevano e chiedono ancora mobilità – non solo fisica ma anche sociale ed economica – hanno reso evidente una rottura della superficie liscia del Vecchio Continente. O, ancora, una frammentazione dello spazio comunitario di connessione tragli ex stati-nazione che porta in auge criticità relative all’Europa intesa non solamente come entità fisica ma quale area di produzione di saperi, ossia l’intelaiatura su cui si poggiano le forme dell’economia, della politica, del sociale, del diritto.

Migrazioni, cittadinanza e austerity

Il motto usato da alcune delle persone confinate sugli scogli di Ventimiglia, “weneed to pass”, andrebbe allora riletto nella prospettiva della problematizzazione dei dispositivi di produzione delle forme di cittadinanza, e, forse con un respiro più ampio, del modello di austerity imposto nel Vecchio Continente. La prima sembra essere un elemento rilevante nella costituzione del secondo. In tal senso, perciò, il diritto di fuga, come teorizzato da Mezzadra, potrebbe essere esteso alla pratica di rompere con la costruzione dei modelli discorsivi che regolamentano il rapporto dell’individuo – e in senso lato delle soggettività – nella relazione stati-Unione Europea.

In questi giorni tanto si parla del referendum proposto da Tsipras: c’è chi accusa il leader greco di aver portato troppo in là la trattativa; chi, invece, di non avere il coraggio di chiudere la partita e, più in generale, di prendere una decisione netta per il suo popolo. Entrambe le concezioni spostano la discussione su un piano erroneo. Il soggetto in causa, prima nelle lotte e poi dopo in parte nelle urne, è il popolo greco, non il leader di Syriza. Egli semmai è un perno su cui hanno lavorato, mediaticamente parlando, i fautori dell’austerity per depotenziare la capacità del popolo greco di esprimere proposte e di portare in piazza lo scontento.

Osservando cosa accade nelle piazze, in questi giorni, si può notare la netta presa di posizione dei movimenti contro i diktat imposti dalla BCE, dalle varie commissioni dell’Unione Europea, dal Fondo Monetario Internazionale. L’occhio mediatico, invece, insiste sui prelievi ai bancomat, sui tassi finanziari, sullo spread. Le piazze chiedono la rottura con l’austerity, sembrano cioè essere pronte all’insolvenza come strategia per ribaltare il piano del confronto con l’UE. Questa traiettoria, se imboccata, rinegozierebbe il ruolo della Grecia nello scacchiere geopolitico rispetto ai grandi contendenti dell’Unione, ossia la Russia e la Cina. Ma soprattutto potrebbe ridisegnare gli assetti della società greca a partire dalla piazza come voce che va ascoltata, interpretata e seguita da chi dovrà stabilire quali saranno gli assetti nel dopo default.

Insomma, l’Europa, la BCE, il FMI non sono interessati ai vincoli di bilancio o ai soldi della Grecia, ma a controllare, attraverso l’economia, lo sviluppo politico (in senso lato) del paese. Arrivare alla rottura significa segnare una frattura nel modello di amministrazione del rapporto stati-unione, ma anche, di conseguenza, del singolo individuo nella società greca. Ciò, finalmente, mette in crisi il concetto stesso di europeità, e potrebbe creare spazio per l’articolazione di nuove significazioni, di altre forme di discorsività.

Il collegamento con le migrazioni si può declinare su più livelli. Quello del diritto: lo sgretolarsi del sistema Europa rende visibili le contraddizioni che prima erano rese opache dall’aura di un ideale mai concretizzato: il diritto degli europei e degli altri. Vi è poi un secondo piano, strettamente legato al primo, che concerne la pratica di ridiscussione del hic et nunc: così come a Ventimiglia, e in altre parti d’Europa, si ridiscutono in modo strategico i confini (simbolici e fisici) dell’Europa, così il lungo percorso di lotta del popolo greco ha rotto il confine dell’europeismo imposto dalla Troika – ossia lo sfruttamento finanziario della vita delle comunità nazionali.

Post-Charlie: nuove guerre e antiche paure

Fino a questo momento abbiamo operato gettando luce su due aree: ponendo in essere una critica del concetto di diritto e di cittadinanza, mostrando come Ventimiglia abbia reso palesi le contraddizioni, ormai insanabili, del sistema Europa rispetto al fenomeno migratorio. Ma anche portato in auge la pratica di forzare gli spazi di connessione e oltrepassamento interni al sistema comunitario. L’esempio del confine con la Francia rimanda a quello con l’Inghilterra, a Calais, ai tanti altri confini della Fortezza Europa. Abbiamo poi aggiunto, nella seconda parte, che esiste un parallelismo con la situazione greca che agisce sul piano della critica dei confini imposti dall’Europa – quelli degli indicatori finanziari, economici, di sviluppo che affamano la popolazione ellenica.

La storia insegna che proprio questi momenti di crisi sono attraversati da narrazioni catastrofiche, dall’emergere di paure di distruzione totale, di annientamento della società e dell’uomo, di trasformazione così radicale da cambiare i connotati, in modo distopico, del mondo. Così è accaduto, in Europa, alla meta e poi in modo più intenso alla fine dell’Ottocento; stesso dicasi per gli anni immediatamente prima della Grande Guerra; ma anche per il periodo precedente la seconda guerra mondiale. Queste narrazioni non sono casuali, ma derivano da una serie di inquietudini legate alla quotidianità. In tutti i casi sopra, l’analisi discorsiva delle distopie ha dimostrato che alle narrazioni sono poi seguiti i fatti: periodi di conflitto interno, internazionale e su scala globale.

Va precisato, prima di continuare, che il capitalismo globale ci ha mostrato quanto il concetto di guerra possaabitare il presente: guerre a bassa intensità si combattono, ogni giorno fuori dall’Europa sotto i vessilli del capitale finanziario, ma anche all’interno dei quartieri metropolitani, nelle periferie del Vecchio Continente. I fronti di guerra non sono più i confini degli stati-nazione – per la difesa della patria e l’onore della nazione – ma concernono, invece, più spazi in cui si intende imporre forme diversificate di sfruttamento. Tutte sono marcate dalla razza, dalla classe, dal genere, dal colore, dalla religione; intendo cioè dire che le letture intersezionali degli interessi in campo possono mettere in luce i posizionamenti delle due o più parti in causa.

Parlare di guerra alle porte, perciò, non indica un conflitto specifico. Anche se, andando agli ultimi avvenimenti, è palese l’intento, da parte di più attori internazionali, di portare nel Mediterraneo uno scontro le cui ricadute potrebbero andare ben oltre l’Europa e il Nord Africa.

Vorrei ora riprendere un discorso interrotto subito dopo gli attacchi alla redazione di Charlie Hebdo e le successive manifestazioni. In altri scritti ho parlato di come lo slogan “Je suis Charlie” (si vedano ti testi sul blog Distopie) funzioni da collettore di consensi intorno al sentimento nazionalista francese. Se si allarga la prospettiva, e si ragiona in termini di prossimità con le altre identità nazionali interne al Vecchio Continente, si può comprendere come “nazionalista francese” possa diventare sinonimo di “europeo”; ma anche occidentale e bianco.

Gli sciagurati attacchi dell’IS stanno, cioè, contribuendo a disegnare una geografia culturale molto pericolosa. In questo quadro non manca il ruolo della retorica occidentale, europeista, civilizzatrice. Si pensi a quanto affermato da Vittorio Feltri nel suo volume, ossia che esiste una continuità, in termini di guerra religiosa, tra gli attacchi di Parigi e l’eccidio nigeriano provocato dalle formazioni islamiste di BokoHaram, e, continuando su questa scia, con l’attentato al museo Bardo, con gli ultimi attacchi compiuti alle porte di Lione, in Tunisia, Somalia e Kuwait. Questa logica, che percorre il sentiero battuto prima dalla Fallaci e poi dai media mainstream, porta a teorizzare e poi sostenere lo scontro di civiltà, anzi la guerra di religione, sostenendo forme di islamofobia.

Alla condanna dei massacri compiuti da Is deve seguire, invece, la presa di coscienza che sciolga finalmente i concetti di nazione, religione, Europa, occidente; che riparta da una critica severa degli operati dei governi europei e delle amministrazioni delle metropoli che hanno creato ghetti, sacche di povertà. Perché stupirsi che i foreign fighters? Anche loro sono il prodotto, tra le altre cose, di certe politiche europee e nazionali, di decenni di sfruttamento e prevaricazione, di forme di segretazione territoriale, di un razzismo istituzionalediffuso. Così come gli Stati Uniti sono tra gli artefici del mostro Isis – come ammesso in diretta televisiva il senatore repubblicano Paul Rand.

Non che, sia chiaro, qui si neghi che dietro l’Is si nascondano attori internazionali che aspirano a fare cassa – come quelli dei paesi del golfo (Qatar, Kuwait, Arabia Saudita). È evidente che esistono interessi economici e finanziari, ma anche per le risorse energetiche, che strumentalizzano la religione islamica per giungere ai propri fini, raccogliendo seguaci in quelle sacche di povertà create (tra l’altro) dall’Europa. L’Is non ha nulla a che vedere con l’Islam – strumentalizzazione a parte. È combattuto eroicamente dai curdi in quanto esercito d’occupazione. L’Is è un nemico che non deve farci distogliere lo sguardo dalle politiche che hanno concorso a crearlo: quelle europee e quelle americane.

Invece, sempre più spesso, le tre aree di cui ho parlato sopra vengono, agli occhi dei più, sovrapposte una all’altra, creando un effetto di tridimensionalità per le paure del presente. Le aree sono come lenti: ciascuna può mettere a fuoco un tema particolare e tutte agiscono in contemporanea sullo stesso contesto. Dall’incrocio dell’immigrazione con l’austerity e con la presenza di Is alle porte dell’Europa nascono numerose fobie del presente.

Quelle della contaminazione, in cui è predominante la lente dell’immigrazione, con corpi che sono ritenuti pericolosi per i bianchi sia in termini di malattie, sia dal punto di vista di possibili violenze (in primis, regna l’immagine dello stupro della donna bianca, di coloniale memoria).

Quella dell’attacco, in cui gioca un ruolo determinante la lente relativa all’Is, ovvero che il nero delle pelli – quella narrazione collettiva di cui ho parlato prima – nasconda possibili terroristi. Questa seconda fobia dipende da un preconcetto specifico: l’uomo bianco-europeo-occidentale non si deve mai fidaredegli soggetti non-europei – proprio come già esposto da Fanon a proposito del rapporto colonizzatori-colonizzati.

Vi è poi una terza fobia che concerne la questione delle risorse – connessa alla questione dell’austerity. La paura è che questi altri corpi possano consumare le poche disponibilità economiche, lavorative e sociali in Italia e in Europa. Si pensi alle immagini stereotipate dell’immigrato che “ruba” non più il lavoro, perché quello non esiste manco più nell’immaginario, mai soldi pubblici destinati alla sua “accoglienza” in Italia.

Sguardi liberati e pratiche di lotta

Nel quadro presente è sicuramente necessario sostituire il richiamo ricorrente all’unità nell’Europa, con l’unità dei movimenti (tra l’altro) europei contro l’Europa dei capitali, della finanza, della BCE, dell’austerity. Ciò è possibile a partire dalla rottura delle lenti di cui ho parlato sopra: strumenti di narrazione delle comunità immaginate oltre e dopo lo stato-nazione, di un’europeità vuota, ossia di una costruzione discorsiva che trova elementi in comune nella non-europeità di altri soggetti, affermando, così, per contrasto la centralità dello sviluppo, del progresso, ma anche sul concetto di classe – come avevano già avevano messo in luce CLR James e Fanon – di razza, genere, colore, religione.

Liberare gli sguardi, in questo momento cruciale, è determinante. Questo perché a breve vedremo le contromosse dell’Europa finanziaria, oltre che di altri soggetti che ambiscono a rinegoziare gli equilibri a livello internazionale. La strategia di uscita, questa volta, va giocata nel costruire connessioni tra le tante lotte per e sui confini fisici e simbolici dell’Europa. Sappiamo che, in risposta ai fatti di Ventimiglia, per la prima volta l’UE ha deciso di prendere in considerazione la possibilità di stabilire una percentuale di immigrati in base gli indicatori economici, sociali, politici di ciascuna nazione; attendiamo, poi, le mosse finanziare della BCE e quelle politiche dell’Europa rispetto al default imposto della Grecia. Il sogno europeo ha generato un mostro che si ciba di poveri, di sradicati, di uomini e di donne spremuti fino all’ultimo giorno della loro vita. Questo mostro non può essere domato dalla politica istituzionale: essa è al tempo stesso preda e serva dei capitali dell’economia e quindi del mercato finanziario. L’unica alternativa, ora, è leggere le rotture che si presenteranno nei prossimi tempi come possibilità di conflitto per rinegoziare, passo dopo passo, l’urgenza del presente su un piano nuovo, fuori dal terreno imposto istituzionalmente.

Questo vuol anche dire, tra l’altro, sciogliere e decostruire le tanti immagini di paura che oggi ci arrivano tramite i media mainstream, estirparele menzogne che legittimano la retorica delle classi politiche prima e la riscrittura delle forme egemoniche. Vuol dire prendere parola. Un esempio? Le migrazioni contemporanee, dal punto di vista storico, non sono manco lontanamente paragonabili allo schiavismo: eppure, proprio riesumando questa tematica dal repertorio retorico dell’Europa colonialista, le sinistre e le destre ragionano sul da farsi. Entrambe, in Italia, sono convinte sia necessaria un’azione militare in Libia. Su questo tasto premono per fare, ciascuno a suo modo, propaganda. Chi arriva in Italia è fuggito da condizioni politiche, economiche e sociali devastanti; chi arriva in Italia ha deciso di partire per raggiungere un nuovo futuro. Non vi è nessuna tratta se le due parti in causa sono d’accordo: chi trasporta e chi è trasportato. Invece, bisognerebbe chiedersi come mai, vista la situazione, non sia l’Europa ad agire per permettere l’apertura e l’oltrepassamento del confine sud. Ancora una volta non siamo dinnanzi a una casualità, ma al frammento di un enorme ingranaggio internazionale il cui fine ultimo è creare corpi da sfruttare a basso costo in Europa.

Al pari, la paura del default è costruita ad hoc per schiacciare le istanze dei movimenti che, da decenni, rivendicano percorsi altri rispetto alle logiche dell’austerity. I media mainstream si sono già mossi per perorare la causa della finis mundi, del collasso di uno stato, di una nazione, di un popolo. Soprattutto di un popolo, perché le retoriche insistono sul dare fiato alle trombe di un’apocalisse che riguarda sì l’individuo ma inteso come massa, come comunità. E su questo piano, va detto, potrebbero cadere in errore. Perché i movimenti greci hanno già dimostrato negli anni passati di essere pronti a rimettere in discussione questa narrazione con le pratiche di lotta.

I processi che ho tentato di analizzare in questo scritto non riguardano più un popolo, una comunità nazionale: pur essendo territorialmente localizzati le loro ricadute toccano la popolazione dell’intero continente (e forse non solo quella), parlano, cioè, a tutte e tutti. La momentanea rottura della linearità dell’Europa – sia in termini di produzione di discorsi sia nella pratica politica – lascia aperto uno spiraglio per rimettere in discussione, in modo diretto, il presente e il futuro. Questo è il punto debole del mostro Europa. Non è possibile sapere come andrà a finire, come ogni conflitto che si apre. Certo è che questi eventi posso rivelare il vero volto della politica europea e nazionale, smascherando tanto le destre quanto le sinistre che per decenni hanno appoggiato, varato e continuano a imporre misure in accordo con i dettami europei (in termini di migrazione e di austerity). Alla paura va sostituita la consapevolezza, al diritto nazionale ed europeo la lotta e la solidarietà, alla rappresentanza la capacità di agire, insieme, contro il mostro Europa.

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